Questa, non è la verità.

“Murare la propria sofferenza è rischiare di lasciarsi divorare da questa, dall’interno”.

Frida Kahlo

Per anni nelle mie relazioni ho desiderato invano che l’altra persona fosse vera in ogni circostanza e che si aprisse senza riserve condividendo il proprio sentire, solo non mi rendevo conto di quanto io per prima non mi concedessi di farlo. Non ero affatto libera anche se credevo di esserlo. Avevo paura. Paura di perdere o ferire se avessi dato voce alle mie emozioni e se avessi seguito la mia verità appunto, quindi piuttosto evitavo o in certi casi addirittura tacevo, della serie “meglio lasciar perdere, poi si vedrà”. Infatti nonostante avessi il compagno che amavo e che sceglievo, una parte di me soffriva terribilmente. Soffrivo perché soffocavo il mio essere e finivo per addossare a lui gran parte della responsabilità. Soffrivo perché non mi concedevo di mettere mano in quel buio pesto che io stessa temevo. Ma quando siamo vittime dei nostri demoni e ci facciamo schiacciare senza neppure rendercene conto da false credenze consolidate da chissà quando, il nostro agire è sempre “viziato” e mai davvero libero e autentico.

La maschera della donna tutta d’un pezzo era troppo radicata in me. Per una vita sono stata una “femmina coi pantaloni” che viveva con arco e freccia sempre pronta ad essere scagliata in nome del rispetto e della giustizia. Volevo a tutti i costi assomigliare all’ideale che mi ero abilmente costruita della donna forte che non si concede troppo alle emozioni e alle fragilità, che riesce in tutto ciò che fa, che basta a sé stessa e nella cui vita va sempre tutto bene. Tutto bene….col cavolo! Entrare in contatto profondo col mio essere femminile significava infatti abbassare le difese che inconsciamente avevo eretto per proteggermi da un maschile (ormai interiorizzato) autoritario e aggressivo. Significava aprire una porta all’amore, all’accoglienza ma soprattutto al perdono. Significava deporre le armi e dire “ho paura, ma mi arrendo”. Una bella impresa per una come me che viveva secondo il motto “faccio tutto da me perché non ho bisogno di niente e nessuno”.  Ma questa non era la verità. Il materno femminile di riferimento, mi aveva insegnato l’autonomia e l’indipendenza prima di tutto. E se da un lato tale atteggiamento mi ha salvata per lungo tempo facendomi sopportare lo schiacciante peso di un maschile così ingombrante, dall’altro mi ha davvero sfinita. Mantenere alto l’ideale è una fatica  d i s u m a n a  oltre ad essere un enorme autoinganno. Gli ideali non esistono, sono creazioni del nostro ego che altrimenti non riuscirebbe a sopportare l’errore, l’imperfezione, la debolezza, in quanto le giudica come negative. Quando infatti la verità si ritrova faccia a faccia con esse non regge e piuttosto che “accettare”, finisce per auto censurarsi al punto che non si riesce a vedere nemmeno un elefante nella stanza!

La strada della verità è lunga e richiede impegno, forza di volontà, pazienza ma soprattutto coraggio. Il coraggio di essere veri al punto di diventare scomodi, il coraggio di rischiare, il coraggio di affrontare le ignote conseguenze. Siamo talmente condizionati dalle esperienze del nostro passato che come marchi a fuoco ci hanno segnato in modo indelebile, che neppure ci rendiamo conto di quanto in ogni situazione finiamo in un modo o nell’altro per reagire sempre nello stesso identico modo. Seguiamo schemi non scritti su carta ma impressi nel nostro dna il che è molto peggio. Ma se questo cammino evolutivo ci vuole liberi da ogni vincolo è davvero arrivato il momento di un cambio bello forte fatto di nuove consapevoli scelte, che siano profondamente in linea col nostro sentire. Faticoso è vero, e tanto, ma sentirsi integri, in pace con sé stessi e soprattutto  l i b e r i  non ha prezzo, ve lo assicuro.

La verità d’altra parte è una, e non accetta compromessi. La verità si segue….a tutti i costi. Coraggio.

Con amore,

Alessandra Ruta

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2 risposte a "Questa, non è la verità."

  1. “La maschera della donna tutta d’un pezzo era troppo radicata in me. Per una vita sono stata una “femmina coi pantaloni” che viveva con arco e freccia sempre pronta ad essere scagliata in nome del rispetto e della giustizia. Volevo a tutti i costi assomigliare all’ideale che mi ero abilmente costruita della donna forte che non si concede troppo alle emozioni e alle fragilità, che riesce in tutto ciò che fa, che basta a sé stessa e nella cui vita va sempre tutto bene. Tutto bene….col cavolo! Entrare in contatto profondo col mio essere femminile significava infatti abbassare le difese che inconsciamente avevo eretto per proteggermi da un maschile (ormai interiorizzato) autoritario e aggressivo. Significava aprire una porta all’amore, all’accoglienza ma soprattutto al perdono. Significava deporre le armi e dire “ho paura, ma mi arrendo”. Una bella impresa per una come me che viveva secondo il motto “faccio tutto da me perché non ho bisogno di niente e nessuno”.  Ma questa non era la verità. Il materno femminile di riferimento, mi aveva insegnato l’autonomia e l’indipendenza prima di tutto. E se da un lato tale atteggiamento mi ha salvata per lungo tempo facendomi sopportare lo schiacciante peso di un maschile così ingombrante, dall’altro mi ha davvero sfinita”.
    La mia anima riesce sempre a condurmi dove consapevolezze illuminano la mia coscienza. Parole, le tue, che dipingono il quadro della mia vita… Ultimo step… abbandonarmi al mio femminile…
    Grazie per avermi raggiunta.
    Isabella

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